sonno

Marzo 19, 2008

ho la profonda convinzione che come essere umani viviamo la maggior parte della nostra esistenza in un mondo immaginario. quando dico immaginario, voglio dire che alla maggior parte di quella che noi percepiamo come una vita solida, fatta di azioni motivate da una struttura logica e razionale,  associamo, senza esserne consapevoli, tutta una serie di motivazioni che appartengono a una sfera gestita quasi interamente dalla nostra  parte più profonda e irrazionaleconcetti come logica, progresso, libertà, democrazia, amore, amicizia, scienza, comunicazione e così via, concetti che non sono per niente marginali nel dare senso e significato a ogni nostra singola azione, si strutturano e prendono un corpo in una parte del nostro io dominato dalla speranza, dalla superstizione, dalla magia.il linguaggio, la parola, è il grande veicolo che sostiene questa illusione che io chiamo sonno.è grazie a questo meraviglioso e ingannevole strumento, infatti, che diamo quella che a noi sembra forma e definizione  al caotico mondo di emozioni e pensieri che si agitano come un mare scuro (…che si muove anche di notte e non sta fermo mai..) nella nostra coscienza, ed è sempre grazie a questi codici verbali che otteniamo conferme sulla solidità delle nostre percezioni quando coltiviamo l’illusione di condivisione.com’è intelligente quella persona…la pensa proprio come me…in questa frase è racchiusa  la grande illusione della comunicazione…si pensa di aggiungere qualcosa, ma in realtà costruiamo (abbiamo bisogno di ) conferme;non conoscenza, ma tautologia, quindi, non condivisione, ma un esasperata solitudine.la verità è che la maggior parte delle nostre emozioni\pensieri sono talmente soggettivi che la pretesa di credere che una parola, o una frase le possa “contenere”, e che queste possano essere comprese allo stesso modo con la stessa chiarezza con cui si mostrano nella rappresentazione del nostro mondo interiore, fa sorridere chiunque abbia approfondito, con la propria esperienza, la natura dei rapporti fra gli uomini e della filosofia del linguaggio.nella grande marea di parole che usiamo ogni giorno sono rari i momenti in cui si comunica, poche e rare occasioni, per “somiglianze di famiglia”, per dei particolari stati di grazia, come delle anomalie, come una distrazione.paradossalmente si comunica di più nella indeterminatezza del discorso, quando più che le parole lasciamo passare il nostro umore (spirito), con delle metafore (un racconto), con la poesia…la parola, in realtà è una illusione meravigliosa, perchè è uno dei modi più antichi con cui la razza umana ha cominciato a “rappresentarsi” e a rappresentare.nella parola abbiamo cominciato a coltivare l’illusione di conservare la memoria della forma delle cose, siano esse oggetti o esperienze;ma se una pipa dipinta non è una pipa, la parola tazza non è una tazza, e la descrizione di un fatto non racchiude la totalità -di quel fatto, o la complessità con cui quel fatto viene percepito da chi lo ha osservato, nè le conseguenze che quel fatto generano nel corso degli eventi o della storia.la parola è arte nel senso più puro, è suono che genera dentro ognuno di noi emozioni, forme, ricordi, odori, intuizioni, ma genera sonno quando essa diviene ideologia di se stessa, quando viene sopravvalutato il suo peso nella storia, quando prende il posto di ciò che dovrebbe e vorrebbe  rappresentare.attraverso il ruolo di “convenzione” di questo strumento si è persa, gradualmente la percezione di quanto la nostra vita sia regolata da sogni, dalla magia, dalla superstizione, si è persa la voglia e la capacità di rappresentare, prima che agli altri a noi stessi, questo mondo irrazionale con  modi “altri” e non convenzionali, che siano in grado di restituire all’esistenza la profondità e la varietà di dimensioni che la caratterizzano.è necessario, a mio avviso, uscire dalla gabbia della parola che rinchiude il nostro potere creativo, per non vivere in uno stato di sonno, ovvero una vita basata sul sogno di qualcun altro, nella figura dei padri fondatori del pensiero e delle ideologie e di coloro che ne hanno esasperato talmente i contenuti da averne fatto il primo strumento di potere e di repressione.

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